US Poggibonsi : I Leoni del passato remoto ... Bruno Gattai. A cura di Paolo Bartalini

Lo chiamavano “Il Gatto” e nell’ immaginario dei tifosi non più ragazzini rimane ancora il numero undici capace di far sognare con i gol e le invenzioni sul campo.
12.05.2020 22:06 di Antonio Bruno   Vedi letture
Fonte: U.S. Poggibonsi Ufficio Stampa Giulio Valenti
US Poggibonsi : I Leoni del passato remoto ... Bruno Gattai. A cura di Paolo Bartalini

Lo chiamavano “Il Gatto” e nell’immaginario dei tifosi non più ragazzini rimane ancora il numero undici capace di far sognare i colori con le segnature e le invenzioni sul campo. Lui è Bruno Gattai, classe 1947, da Prato. A ventidue anni l’arrivo al Poggibonsi dalla serie C. Ricostruiamo il percorso con il protagonista, che grazie alle sue quasi 60 reti in giallorosso è senza dubbio uno dei giocatori più prolifici tra quelli passati da viale Marconi.

Gattai, da Pistoia a Poggibonsi nell’estate 1969. Cosa ricorda del periodo?

“In maglia arancione avevo vissuto le stagioni 1967-68 e 1968-69. A Pistoia sono ricordato anche per aver realizzato un gol ai miei concittadini pratesi, in uno degli accesissimi derby tra i due club. Poi il rapporto con la Pistoiese si interruppe e la società presieduta allora da Oriano Ducceschi mi invitò a trovare un’altra squadra. Mi accasai al Poggibonsi”.

Una realtà significativa della D, tra l’altro decisa a mettersi in evidenza con innesti di un certo pregio. Purtroppo le cose andarono in ben altra maniera. Ma era davvero un gruppo da retrocessione?

“Direi proprio di no, nella maniera più perentoria. Probabilmente la maggior parte di noi, vista la provenienza da club di categoria superiore, era abituata a un tipo diverso di calcio. E così andò in quel modo nel 1969-70: nonostante i cambi di allenatore e i tentativi di rimonta, giungemmo penultimi e scivolammo in Promozione insieme con gli umbri dell’Angelana e degli emiliani del Castelmaggiore”.

Fu uno dei pochi a rimanere anche nella serie inferiore, in un Poggibonsi chiamato tra l’altro a risolvere i problemi legati a una profonda crisi societaria. Senza dubbio dette un bell’esempio anche da questo profilo, vero?

“Si trattava di ricominciare con fatica dalla Promozione. Ripenso soprattutto al lavoro di dirigenti davvero appassionati, Giancarlo Stricchi, Aldo Borrani, Giuseppe Fagioli, Sergio Moggi, che poi avrebbero composto il comitato di presidenza o, come diceva scherzosamente qualcuno tra gli sportivi, ‘il quadrumvirato’: toccò essenzialmente a loro il compito di tenere in piedi la baracca, ricreando un gruppo dirigenziale e poi un collettivo da affidare a un tecnico giovane e preparato come Uliano Vettori, reduce dalle stagioni al timone della Volterrana e della Colligiana. La risalita del Poggibonsi partì da lì. Scelsi di restare per 1970-71, insieme con pochi altri compagni di squadra, Sardi, Brevi e Vaselli, pratese come me. Con alcuni innesti quali Pezzati, Francini e Roman. E con i tanti ragazzi della zona, in un ambiente all’insegna della familiarità grazie ad altre figure che hanno fatto, con le loro mansioni sanitarie, la storia del Poggibonsi in quella fase e oltre. Mi riferisco al dottor Roberto Cappelli e al massaggiatore ‘Nuvolari’, ovvero Beppe Lazzerini”.

Un programma di nuova crescita andato in porto nel 1972, dopo un anno di assestamento…

“Forse non eravamo i più forti in assoluto nel campionato di Promozione 1971-72. Ma agli spareggi spareggio riuscimmo a ottenere il primo posto e a riconquistare la D. Formai coppia d’attacco quell’anno con più di un elemento, Fontani, Casagli. E il più esperto Tozzi, che tra l’altro trasformò il penalty decisivo nella gara col Tavarnelle all’ultimo minuto della giornata conclusiva”.

Le sue realizzazioni da ricordare, con la maglia del Poggibonsi?

“Per i significati che ebbe, senz’altro la rete del sorpasso su rigore nei confronti del Siena al Rastrello in quel 2-1 a nostro favore datato 6 gennaio 1974. Della stessa stagione, vorrei menzionare la mia firma sul successo esterno contro il Gubbio, nel vecchio campo sportivo della città dei Ceri. I padroni di casa attaccarono per tutta la partita con l’intento di ottenere il successo, ma senza esito. Verso la fine mi capitò un pallone e lo depositai nel sacco. Vincemmo 1-0 e non mancarono le tensioni, sul rettangolo e fuori”.

L’1-0 conquistato a Gubbio rimanda al febbraio del 1974. Da lì a otto mesi si sarebbe concluso il suo legame con il Poggibonsi…

“La mia ultima partita in giallorosso, proprio in occasione di un derby casalingo con il Siena, una gara ancora vittoriosa per noi col punteggio di 2-1. A Poggibonsi ho lasciato il cuore, questo intanto lo posso garantire anche a distanza di quasi mezzo secolo. Ho conosciuto autentici amici, persone care con le quali periodicamente mi ritrovo ancora oggi, anche in virtù delle rimpatriate che organizza l’ex giallorosso Ivano Grassini, lui stesso mio compagno di squadra per un periodo. Era una fase nella quale potevamo perfino permetterci di disputare un’amichevole a Coverciano e di vincere con una delle nazionali del giro di quella maggiore. Salvo poi ricevere il ‘benservito’ dalle autorità federali per colpa di quella specie di sgarbo agli azzurrini, guidati dal futuro Commissario tecnico iridato Enzo Bearzot. E’ accaduto anche questo”.

Ci può raccontare altri aneddoti, anche di natura extracalcistica?

“Posso tranquillamente evidenziare il giorno della nascita di mia figlia Francesca. In ospedale furono consegnate a mia moglie cinquanta rose: era il dono degli sportivi di Poggibonsi. E una foto della bambina venne perfino pubblicata sulle pagine del giornalino ‘I’ Tondo’, un riferimento per i sostenitori. Un altro episodio curioso risale invece al tempo in cui non indossavo più la maglia del Poggibonsi”.

La ascoltiamo…

“Giocavo nel Montevarchi e una domenica, per via di una squalifica a mio carico, decisi di tornare in auto a Poggibonsi con la mia famiglia per assistere a un incontro, sempre col Siena. Trovammo la strada di accesso chiusa, non saremmo mai giunti in tempo, ma ebbi la fortuna di essere riconosciuto dal maresciallo dei Carabinieri di Poggibonsi in quel momento in servizio: mi fece ‘scortare’ da una gazzella dell’Arma fin dentro lo stadio. E appena salito in tribuna, fui accolto dagli applausi. Tre persone si alzarono e cedettero i posti a mia moglie, a mia figlia e a me. C’è sempre una certa magia, in un luogo in cui sei ricordato per quello che hai fatto. Poggibonsi non mi ha mai dimenticato e per questo sarò sempre grato alla città”.

Torniamo, però, al suo addio. Oggi parleremmo di una cessione shock, per poter descrivere la partenza di una pedina di rilievo da un ambiente. Come andò in quell’autunno 1974?

“Un insieme di situazioni. Mister Vettori, che nel frattempo si era sistemato sulla panchina del Montevarchi in serie C, mi avrebbe voluto alla sua corte. E anche il Poggibonsi era d’accordo per far maturare il mio trasferimento, a causa di un bilancio da risanare e di casse societarie non proprio floride. E così, in quello che allora era il calciomercato autunnale, passai tra i rossoblù del Valdarno. A conti fatti, vissi anche tra gli Aquilotti alcune stagioni bellissime”.

Cosa è rimasto, dunque, nell’universo di Bruno Gattai?

“Mi sono dedicato per un breve tempo alla carriera di allenatore, ma le mansioni di mister non facevano per me e così ho deciso di interrompere. E’ rimasta allora la mia grande passione di sempre, al di fuori del calcio: l’attività della caccia. E tanti, tanti ricordi legati soprattutto al quinquennio di Poggibonsi”.