Juary: 'Avellino è casa mia, Inter comunque importante, con il Porto ho vissuto un sogno'

Intervista esclusiva di BlastingNews a Juary, attaccante brasiliano degli anni '80 e oggi istruttore alla Santos Academy di Milano
22.07.2020 22:40 di Antonio Bruno   Vedi letture
Fonte: it.blastingnews.com di Michele Caltagirone
Juary: 'Avellino è casa mia, Inter comunque importante, con il Porto ho vissuto un sogno'

Le grandi sfide non gli hanno mai fatto paura. Juary Jorge dos Santos Filho aveva 21 anni nel 1980 quando, alla riapertura delle frontiere, divenne il primo calciatore straniero dell'Avellino. Fu Luis Vinicio a segnalarlo al patron del club irpino, Antonio Sibilia: Juary aveva appena lasciato il Brasile e militava nelle file del Tecos di Guadalajara, nel campionato messicano.

Quarant'anni fa iniziava la sua avventura in Italia, oggi ha aperto le porte a una nuova sfida sempre in quella che per lui è ormai una seconda patria. L'ex attaccante brasiliano è infatti istruttore della Santos Academy di Milano, una scuola calcio patrocinata dal prestigioso club paulista con lo scopo di scovare giovani talenti in Italia.

Dopo lo stop alle attività sportive imposto dall'emergenza sanitaria, Juary ha iniziato la sua nuova esperienza proprio in queste settimane.

Come BlastingNews lo abbiamo raggiunto in esclusiva al telefono e ci siamo fatti raccontare questo progetto, oltre alla sua carriera iniziata nella seconda metà degli anni '70 proprio dal Santos.

Il Santos 'sbarca' a Milano. Santos Academy a Milano, come mai questa scelta?

"L'idea è quella di creare una scuola calcio non solo a Milano. Mi hanno proposto di far parte del coordinamento tecnico e ho accettato. Tutti conoscono il Santos in Europa e noi abbiamo scelto di partire dall'Italia perché abbiamo un legame molto forte. Il Santos ha giocato tante partite in Italia, contro l'Inter, la Juventus e altre grandi squadre. Ho detto 'si' perché amo l'Italia e non l'ho mai nascosto".

L'intenzione è anche quella di portare ragazzi italiani a giocare nel Santos?

"Gli osservatori del Santos verranno una volta all'anno in Italia e l'obiettivo è anche questo. Facciamo una cosa al contrario, di solito sono i giovani brasiliani che vengono portati a giocare in Italia. Noi cercheremo di portare i ragazzi italiani a fare un'esperienza nel calcio brasiliano".

Ancora oggi qual'è la differenza tra Brasile e Italia quando si lavora con i giovani?

"In Italia, non so se sia ancora così, ma c'è principalmente la preoccupazione di far apprendere ai ragazzi l'aspetto tattico del gioco del calcio mentre noi in Brasile cerchiamo di lavorare sulla parte tecnica e la tattica arriva solo più avanti.

Forse saremo ancora un po' indisciplinati tatticamente per questo, ma è la nostra cultura: prima di ogni cosa un ragazzo deve essere bravo tecnicamente. Quello che vogliamo fare adesso (alla Santos Academy) è un mix tra il lavoro tecnico e la parte tattica".

Juary in Italia: Avellino e Inter . Lei arrivò per la prima volta in Italia 40 anni fa, c'era perplessità sul suo adattamento al calcio italiano, ma ad Avellino fece benissimo. Cosa ricorda di quel periodo?

"Gli anni di Avellino sono indimenticabili, due anni straordinari nonostante i gravi infortuni avuti, in particolare il primo anno nella partita contro l'Inter a Milano dopo uno scontro con Bordon. Sono state comunque due stagioni straordinarie con compagni di squadra fantastici: Tacconi, Di Somma, Vignola, Tagliaferri, Limido e De Ponti.

Ho avuto la fortuna di giocare con questi ragazzi e poi devo ringraziare Vinicio che ha avuto la pazienza e la tranquillità di farmi capire tante cose sul calcio italiano. Pian piano sono riuscito a conquistare la fiducia del commendatore (il patron Sibilia, ndr) e dei tifosi. Posso dire di aver passato ad Avellino i due anni più belli della mia vita, ma anche un momento molto brutto con il terremoto in Irpinia. Per me fu una terribile esperienza, del tutto nuova, ma alla fine la prendo come positiva perché da quel dramma che colpì l'Irpinia ho imparato tante cose".

La danza attorno alla bandierina l'ha resa celebre. In una recente intervista però lei ha detto che preferirebbe essere ricordato più per quello che ha fatto sul campo, crede dunque che la si ricordi solo per quella particolare esultanza?

"Forse le mie parole in quel caso sono state fraintese. Il giro attorno alla bandierina del corner è nato così all'improvviso, fu un'esplosione di gioia che non avevo programmato. Dunque quando si parla di Juary si finisce per ricordare questa cosa, ma ho fatto anche altre cose sul campo. Non per questo me la prendo, credo che le due cose siano legate e mi fa piacere che la gente si ricordi di questo momento di gioia che alla fine faceva divertire".

Nell'estate del 1982 lei arriva all'Inter, ma le cose non vanno bene. Quasi 40 anni dopo secondo lei perché ha" "fallito" a Milano?

"Bisogna intanto mettere in chiaro una cosa, non è vero che a Milano non mi sono trovato bene. In quella stagione ho giocato 23 partite, ma è anche vero che ho segnato molto poco rispetto ad Avellino.

L'Inter però è stata importante nella mia vita perché mi ha fatto capire cosa significa militare in un grande club e tutte le difficoltà legate a questo. Vero che anche in Brasile o in Messico avevo giocato con squadre prestigiose, ma l'Italia è un paese completamente diverso, soprattutto per uno straniero. Posso dire di essere rimasto un po' deluso sotto l'aspetto calcistico perché le cose non sono andate bene, ma sotto il profilo umano l'esperienza all'Inter è stata davvero importante".

Il trionfo europeo con il Porto. Lei ha giocato altre due stagioni in Italia, Ascoli e Cremonese, poi va al Porto. Nel maggio del 1987 gioca una delle più belle finali di sempre della Coppa dei Campioni: la notte del tacco di Allah, Rabah Madjer, ma anche del suo bellissimo gol che consegna l'Europa al Porto.

"Prima del Porto vorrei parlare di Ascoli e Cremona e delle persone che mi hanno permesso di vivere queste esperienze: Mazzone, Rozzi, Mondonico e Luzzara. Dopo l'Inter, infatti, Mazzone mi propose di venire all'Ascoli dicendomi 'dai che ci divertiamo' e anche di questa esperienza ho un bellissimo ricordo quasi come quella di Avellino. Ho giocato con gente come Novellino, De Vecchi, Anzivino, Corti, Mandorlini, Menichini e Borghi. Poi Mondonico mi ha voluto alla Cremonese e anche lì sono stato bene. Credo di essermi allenato in queste due stagioni per andare poi al Porto dove ho vissuto un sogno: sono pochi che hanno questa fortuna di vincere la Coppa dei Campioni, ci sono tanti calciatori di livello mondiale che non ci riescono e io l'ho fatto, giocando la finale con un assist per il gol del pareggio e segnando la rete decisiva contro il Bayern.

Dio mi ha dato questa vittoria in un momento in cui tanti mi davano per finito e non solo, abbiamo vinto il Mondiale (la Coppa Intercontinentale, ndr) e la Supercoppa Europea, quell'anno al Porto abbiamo vinto tutto".

Quella notte niente danza attorno alla bandierina, lei si inginocchia e ringrazia il cielo. Si rese conto di aver segnato un gol che l'avrebbe fatta entrare nella storia?

"No, non ho pensato alla storia, semplicemente ho deciso di non danzare attorno alla bandierina. Mi sono inginocchiato per ringraziare Dio che mi ha dato l'opportunità di giocare quella partita. Avevo sofferto tanto perché non ero sicuro di giocare, avevo avuto un infortunio (Juary in effetti è entrato a inizio ripresa, ndr).

Ho fatto tanti sacrifici per esserci e dopo il gol ho voluto solo ringraziare per quel momento della mia vita".

Dopo la notte di Vienna sentì anche una sorta di rivincita verso quel calcio italiano che forse l'aveva messo in disparte troppo in fretta?

"No, mai. Nel calcio bisogna vivere il momento, non c'è domani e non c'è ieri, ma solo oggi. Non potrei avere nulla contro il calcio italiano perché è grazie all'Italia che ero arrivato lì. Se non mi avesse preso l'Avellino forse la mia carriera sarebbe andata in maniera diversa e non sarei mai arrivato al Porto. Io devo solo ringraziare l'Italia e l'Avellino che hanno aperto le porte dell'Europa".

Mondiali 1982: il sogno sfumato. Juary lei giocò anche due partite in nazionale nel 1979, al di là che era un Brasile pieno di fuoriclasse, ci rimase male a non essere più preso in considerazione?

"In realtà c'era la possibilità che potessi entrare tra i convocati per giocare il Mondiale del 1982, purtroppo il grave infortunio al primo anno in Italia fu decisivo per non essere preso in considerazione. Quando mi feci male a Milano andai poi a fare l'intervento in Brasile e incontrai Telé Santana che aveva preso il posto di Coutinho sulla panchina della nazionale. Mi disse che presto sarebbe venuto in Italia per vedere Falcao e anche per vedere me, gli dissi 'mister, purtroppo sono infortunato e non giocherò almeno per nove mesi'. Credo che in quel momento sfumò anche la stessa possibilità di pensare a una convocazione per la Coppa del Mondo".

Santos, Avellino, Porto: per chi batte oggi il cuore di Juary?

"Quando sono in Italia il mio cuore batte per l'Avellino, ma non posso certamente dimenticare l'importanza del Santos e quello che mi ha dato il Porto. Facciamo che il Santos è il mio primo amore, l'Avellino la mia fidanzata e il Porto è la mia sposa. Sono tre società che hanno lo stesso posto nel mio cuore".