Maya Moore, la campionessa che ha lasciato il basket per far liberare un uomo incarcerato ingiustamente

Jonathan Irons, condannato a 50 anni per una rapina, era innocente. E la star della Wnba, 4 titoli, oltre a 2 medaglie d’oro olimpiche, ne era convinta, tanto da riuscire a farlo uscire di prigione dopo 23 anni per non aver commesso il fatto
31.08.2020 14:43 di Antonio Bruno   Vedi letture
Fonte: corriere.it Lorenzo Nicolao
Maya Moore, la campionessa che ha lasciato il basket per far liberare un uomo incarcerato ingiustamente

I campioni vincono le partite difficili, i fuoriclasse vincono anche quelle fuori dal campo. Come Maya Moore, una delle star dell’Nba femminile, ma soprattutto attivista di una campagna mediatica per ottenere giustizia in una vicenda umana dove forse proprio l’umanità era ciò che mancava. Moore si è infatti battuta senza sosta, sacrificando anche la sua carriera sportiva , per ottenere la libertà di Jonathan Irons, 39 anni, in prigione da 23 per un reato che non aveva mai commesso. Ora ci è riuscita e, grazie alla revisione del processo, il detenuto è stato liberato. Con estrema compostezza è stata lei a comunicare al mondo la notizia, dicendo semplicemente: «E’ finita e tutto si è risolto per il meglio».

Vittoria straordinaria

Ma, in realtà, la sua è stata una vittoria straordinaria. Tutto comincia nel gennaio del 1997, quando un ladro non identificato si infiltra in una casa e, scoperto dal proprietario, spara. Un proiettile ferirà il padrone di casa in modo grave al cervello. L’allora 16enne Irons viveva in zona, ed era stato visto aggirarsi da quelle parti, forse con un’arma, anche se lo stesso, un nero americano, ha sempre negato di avere a che fare con la rapina. Al processo, durato appena un mese e mezzo, il giudice, pur mancando altre prove oltre ad un incerto riconoscimento del padrone di casa ferito che disse «non escludo possa essere lui...» lo condannò, dopo la colpevolezza decisa da una giuria di soli bianchi, a 50 anni di carcere per aggressione e furto armato con scasso. Una sentenza che da subito catturò l’attenzione delle associazioni per i diritti umani, ma da allora nessuno riuscì a far partire la revisione del processo. Irons, a meno di un miracolo, sarebbe uscito solo nel 2048. «Non ero un santo all’epoca, lo so bene, ma con quella vicenda non ho nulla a che fare», ripeterà più volte nel corso degli anni. Tutto cambia però quando la campionessa di basket Maya Moore si interessa del caso tramite il contatto con il proprio ex parroco.

Fede cristiana

Inizialmente non fa altro che andarlo a trovare nel carcere di Jefferson City, città di cui è originaria, ma costruisce con l’ex ragazzo un rapporto di amicizia che la spinge a cercare per lui giustizia. La battaglia della giocatrice va avanti, mentre in campo la fuoriclasse vince le Olimpiadi di Londra 2012 e Rio de Janeiro 2016, oltre a quattro titoli Wnba tra il 2011 e il 2017 e ad altri riconoscimenti personali. Racconta Maya: «La domanda era sempre la stessa. Ogni mia vittoria sul campo mi fa saltare di gioia, ma ogni giorno mi chiedo: sto vivendo con uno scopo?». Decide quindi di farsi promotrice per mettere insieme un team di avvocati per scagionare Jonathan. Ma per lei questo non è ancora abbastanza. E così Maya decide addirittura di prendersi un tempo indefinito lontano dai campi di basket, proprio per salvare Jonathan. Tanto forte è la sua fede cristiana che vuole metterla in pratica con un gesto concreto. E quale gesto migliore della possibilità di rendere giustizia a quell’ex ragazzo condannato con troppa fretta e superficialità? Così, occupandosi a pieno regime del caso e in virtù della sua fama diffusa in tutti gli Usa, Moore riesce a ottenere quello che voleva. Prima pone l’attenzione dell’opinione pubblica sulla vicenda e poi riesce a far riaprire il caso. Il tribunale di Jefferson City decide di rivedere il processo e sentenzia a fine giugno la scarcerazione e l’annullamento della condanna di Irons. Un risultato che si concretizza con la libertà di Jonathan e il lungo abbraccio con Moore all’uscita di prigione. Dopo la sentenza e la gioia dei primi momenti per la battaglia vinta, non sorprende che, fra i tanti riconoscimenti, Maya sia stata anche premiata con il Muhammad Ali Sports Humanitarian Award agli Espys, i premi voluti dalla tv ESPN per gli sportivi che si sono distinti in cause sociali e umanitarie. Perché i campioni non si vedono solo in campo. E le vittorie più importanti sono sempre quelle della vita.